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Europa 17 giu. 2006 - IDEE PER IL PARTITO DEMOCRATICO

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Un dialogo tra Giovanna Melandri e Marcelle Padovani

Melandri: Vorrei sottolineare due aspetti che mi hanno colpito molto di Ségolène Royal. Il primo è che la sua ascesa è avvenuta attraverso un processo di prese di posizioni politiche che prescindono molto dall’apparato del suo partito, il Partito socialista. E ricordiamoci che si tratta di un partito che è sembrato talvolta immune a processi di cambiamento in questo decennio. Un partito grande, radicato, molto strutturato, che lei ha come bypassato, instaurando una relazione diretta con i francesi, non solo con i socialisti, che mostrano di gradirla: si vedano i sondaggi, nei quali registra da mesi un grande successo. E qui noto una cosa: nella sinistra le donne si affermano ai vertici attraverso processi di questo tipo. Guardiamo a Michelle Bachelet, in Cile: non era la leader naturale, la candidata alla presidenza, anche se era un ministro autorevole, ma ha vinto grazie alla legittimazione popolare delle primarie. Ségolène Royal piace ai francesi, piace assai meno nel suo partito, e questa è una contraddizione che potrebbe essere sciolta dalle primarie, di cui nel Ps si sta discutendo. Ricordo che fu lo stesso Hollande ad apprezzare l’esperienza italiana. Si sta tornando ad una sorta di “candidatura presidenziale maggioritaria”, che passa attraverso un rapporto diretto con gli elettori. Forse c’è una lezione anche per noi: in Italia un po’ si sta andando in quella direzione. L’esperienza di Rita Borsellino, candidata alle elezioni regionali in Sicilia, che ha vinto alle primarie anche sfidando i gruppi dirigenti dei partiti, dice questo. Se anche in Francia ci fossero le primarie, sarebbe un bel segno di questo cambiamento.

Padovani: Premetto che in merito a Ségolène Royal ci sono due aspetti che ritengo positivi e un terzo che mi pone dei problemi. Certo, è positivo che in campo ci sia una donna, una bella signora di 53 anni, attraente, simpatica, libera e dal linguaggio diretto. E che una candidatura inizialmente esclusivamente “mediatica” – non va sottovalutato il fatto che lei, per esempio, sta usando internet in modo nuovo – sia diventata credibile. Detto questo, però, il tempo della candidatura mediatica ormai è finito: lei dovrà “scendere” nel Partito socialista, confrontarsi con quello che è da sempre il suo partito – che a novembre dovrà scegliere il candidato alle presidenziali dell’anno prossimo. Ha fatto di tutto, finora, per aggirarlo, ma adesso dovrà porsi il problema di come ottenerne il consenso. E non sarà facile, perché molte federazioni spares sul territorio non sono convinte, né lo sono molte donne all’interno dello partito (come quelle riunite nel cosiddetto “manifesto delle 143 ribelli contro Ségolène”, ndr), donne importanti come Martine Aubry, che l’ha attaccata direttamente. Ma il punto davvero problematico è che lei non appartiene a nessuna corrente ideologica, ma alla categoria del populismo. Ora, domandiamoci se possa esistere un populismo di sinistra: finora non è mai esistito. Sì, quando lei propone l’inquadramento militare dei giovani al compimento del loro primo atto di violenza, la sospensione dei sussidi alle famiglie di ragazzi quando i genitori non li tengono sotto controllo, la critica radicale alle 35 ore, dà l’impressione di voler accarezzare i francesi dalla parte del pelo. Lo fa al di fuori di una logica politica che non è quella di rincorrere Nicolas Sarkozy. Nel senso che esalta i bisogni e le sofferenze di quelli che sono più poveri, emarginati, che sentono di più il loro futuro a rischio, come gli immigrati, che esprimono maggiore bisogno di sicurezza. Ma questi sono temi e valori di sinistra?

M. Intendiamoci, neanche io condivido alcune delle sue ultime proposte. E però apprezzo moltissimo il suo tentativo di restituire alla fisionomia della sinistra francese il legame con alcuni grandi orientamenti popolari. L’ha detto lei: “sto dalla parte di chi soffre e non di chi delinque”. Ségolène Royal parla chiaro e l’elettorato francese dimostra di apprezzarlo. E’ una donna autorevole. Penso che non smarrire il legame col popolo sia decisivo, tanto più per una forza di sinistra. Detto questo, il timore che questo tentativo si tramuti in populismo esiste. Ma non credo che per Ségolène Royal si possa già parlare di populismo. E comunque la realtà è che c’è stato un corto circuito nell’identità della sinistra francese: quando un esponente illustre come Laurent Fabius pensa che la campagna per il “no” al referendum sulla Costituzione europea di un anno fa avrebbe rinnovato il socialismo francese, la sua identità, in realtà cavalca gli umori di un paese che vota per la maggior parte a destra. E allora quale è la sinistra? Possiamo dire che Ségolène è populista per quello che sta dicendo? Il rischio, ripeto, lo vedo. Però la sinistra deve capire che deve dare delle risposte anche sull’ordine, sulla responsabilità, sulla sicurezza. Intanto ribadendo che per chi commette un reato esiste una pena.

P: Il programma del partito socialista è stato oscurato dalle affermazioni della Royal che abbiamo ricordato. È un programma molto di sinistra, un po’ demagogico. “Réussir ensemble le changement”, il programma per le elezioni del 2007 che il Ps ha appena presentato e che verrà votato il primo luglio prossimo, rappresenta una piattaforma “classica” del partito di sinistra. Chiediamoci però quanto costerebbe allo stato finanziare l’innalzamento dello Smic (il salario minimo, ndr) a 1500 euro al mese? Eppure Ségolène lo ha approvato. Ha tentato di modificarlo battendosi invano sul tema della sicurezza, ma il testo è stato approvato all’unanimità e la sua linea non è passata. Sarà interessante vedere come si ricongiungono il programma socialista e la sua idea di candidatura. Penso che al di là del sottile profumo che emana, sui contenuti la Royal sia molto, molto vaga. Un esempio? L’Europa, la politica estera: lei era per il sì al referendum e poi non ha più parlato di questo grande tema. È una candidata “incompiuta” sui programmi, cosa che lascia spazio al populismo, Giovanna, non puoi negarlo.

M: Può essere, ma se per populista intendiamo un leader che ha un rapporto diretto con l’elettorato allora perfino Zapatero lo è! E se per populismo intendiamo perfino i modelli politici che non passano attraverso le forme tipiche del secolo scorso, cioè le esperienze partitiche, associative, allora è vero che oggi molti leader sono populisti anche a sinistra. Il rischio vero è lo scivolamento verso un populismo valoriale, che si limita a rincorrere le domande più diffuse senza saper indicare autonome soluzioni. Ma cos’è più populista, l’idea di Ségolène di tagliare gli assegni familiari ai genitori dei giovani più turbolenti (che peraltro, lo ribadisco, non condivido) o un programma francamente molto ambizioso e, temo, irrealizzabile, come quello approvato dai socialisti, che prevede contemporaneamente, di aumentare lo Smic a 1500 euro al mese, o di generalizzare l’orario settimanale di 35 ore, e abrogare la legge sulle pensioni? Quanto al silenzio della Royal sulla politica internazionale anche questo è molto eloquente, non solo sull’Europa ma anche su questioni come la Turchia: su molti problemi la sinistra è ancora incerta, e la Royal anche. E tuttavia non dimentichiamo nemmeno che ha già dimostrato sul terreno di avere una forza elettorale vincendo le elezioni nella sua regione, il Poitou-Charentes contro Raffarin.

P: Sono d’accordo, ma distinguerei tra populismo e demagogia: è populista il programma socialista che contiene tante promesse, è demagogico accarezzare le paure dell’elettorato. È un rischio, ma se Ségolène non ce la fa rischiamo di trovarci come alle presidenziali del maggio del 2001 quando abbiamo avuto al secondo turno due candidati dela destra, Chirac e Le Pen, e gli elettori di sinistra hanno dovuto scegliere il male minore. Razionalmente sono perché Ségolène, anche se populista, sia candidata. Ripeto, soprattutto per evitare di rivivere l’incubo del secondo turno del 2001.

M: E’ evidente che anche io, al netto delle perplessità che suscitano alcune sue affermazioni, tifo per lei anche perché trovo che il “fuoco amico”, soprattutto quello femminile, che si è aperto contro di lei è pregno di pregiudizi e non solo. Ribadisco che non credo che sia un errore per la sinistra cercare di tornare a essere popolare, e che ritengo che nel merito lei abbia anche ragione a tentare di rompere la gabbia di un certo conformismo ideologico. È chiaro che lei si sente “stretta” nel partito in cui milita e sente un condizionamento che deriva dalla storia politica del Ps. Le auguro di vincere questa battaglia e auguro al partito socialista di contribuire a rafforzare l’identità di Ségolène sugli aspetti ancora spigolosi e politicamente meno chiari del suo profilo.

P: Quindi possiamo concludere che, anche se per ragioni diverse, tifiamo tutte e due per Ségolène.

Mario Lavia e Valentina Longo

 

 

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