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Foto di Matteo Vettori, 33 anni, Parma

 

Politiche Giovanili » CONSULTA PER IL PLURALISMO RELIGIOSO E CULTURALE

Famiglia Cristiana 15 feb. 2008 - I ragazzi del dialogo

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Sedici giovani tra i 20 e i 30 anni hanno spento un mese fa la loro prima candelina, sopra una torta ideale che si chiama Consulta giovanile per il pluralismo religioso e culturale. Molti gli ingredienti, a partire dalle 11 religioni e confessioni che i 16 rappresentano, ma uniformi le basi che li racchiudono: l’appartenenza alla multiforme società italiana e la volontà di usare le energie di giovinezza e fede perché l’impasto finale sia civile per tutti.
Fuor di metafora: la Consulta giovanile è un organismo istituzionale nato il 10 gennaio 2007 per volontà dei ministri dell’Interno, Giuliano Amato, e delle
Politiche giovanili, Giovanna Melandri, per creare un ponte tra istituzioni e giovani “appartenenti a diverse religioni e culture presenti nella società italiana”, per studiare, prevenire e comporre i possibili conflitti legati all’aumento dei cittadini, italiani e immigrati, di altre religioni, e per favorire l’integrazione.
Secondo l’Istat, i bambini e i ragazzi di seconda generazione con entrambi i genitori stranieri erano 585.000 nel 2006, contro i 106.000 di 10 anni prima. Nella Consulta giovanile gli italiani sono ben presenti, accanto ai giovani immigrati di seconda generazione. Più di tutto, però, conta il fatto che rappresentino movimenti giovanili di diverse religioni: cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani e buddhisti.
Il coordinatore della Consulta, Francesco Spano, avvocato trentenne laureato in Diritto ecclesiastico, cattolico, spiega meglio perché i loro capisaldi siano “laicità dello Stato” e “libertà religiosa”: “È un’occasione in cui lo Stato riconosce il valore sociale delle singole confessioni religiose, l’apporto che ognuna di esse dà alla vita della comunità, e crea uno spazio neutro, nel quale favorire un confronto e uno scambio riguardanti la vita civile”.

Passi tutt’altro che scontati
Le occasioni nelle quali manifestare una posizione comune non sono mancate. Appelli pubblici in occasione dei rapimenti del giornalista Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan e di padre Bossi nelle Filippine e della repressione contro i monaci in Birmania; una lettera del gennaio 2008 all’imam di Roma dopo che questi aveva annullato la visita alla sinagoga; un documento dell’estate scorsa su “Donna e società” sottoscritto all’unanimità; una “Lettera sul valore del dialogo” in preparazione ora.
Passi tutt’altro che scontati, tenuto conto delle molteplici culture che questi giovani rappresentano e considerando che “la prima sfida era mettere insieme giovani di diverse provenienze religiose, non giovani qualsiasi, ma giovani attivisti, che cioè appartengono ad associazioni confessionali e fanno attivismo all’interno delle loro associazioni”, sottolinea Fatima Habib Eddine, 24 anni, nata in Marocco e torinese dall’età di 11, quando ha raggiunto i genitori immigrati da Marrakech. Fatima si sta laureando in Scienze politiche e appartiene ai Giovani musulmani d’Italia.
Usa così la propria influenza sui coetanei: “Secondo me la carta vincente è stimolarli ad aprirsi, perché quando si creano gruppi o associazioni confessionali, il rischio è che ci si chiuda. Avere confronti con altre associazioni e realtà è la miglior lezione di dialogo e collaborazione, perché ci si mette in gioco”.

“Il dialogo che abbiamo sperimentato tra noi della Consulta, purtroppo tra i giovani non è spesso così evidente”, osserva Ilaria Valenzi, romana e di confessione valdese, 28 anni, laureanda in Giurisprudenza. “Potremmo rappresentare un elemento di integrazione, comunicando non solo ai giovani delle nostre associazioni, ma anche al di fuori, che fra noi questa integrazione è reale”.

Il valore centrale della persona
Tra di loro, con intelligenza, prima hanno creato rapporti di fiducia che sono diventati amicizia, poi hanno affrontato le questioni pubbliche che potevano farli discutere in modo acceso, ma ormai senza separarli: così sono nati gli scritti su problemi e diritti delle donne e su questioni di grande attualità. Leggendoli (nel sito www.pogas.it) è chiaro che i temi scottanti non vengono elusi, ma composti all’insegna di princìpi universalmente accettati. Come “il valore centrale della persona rispetto alle situazioni storiche, sociali e politiche che si trova a vivere”, esemplifica Francesco Spano. “Non siamo alla ricerca di un messaggio di fratellanza universale che dica che alla fine tutte le religioni sono uguali. Non è vero. Noi partiamo dal rispetto e dall’orgoglio con cui ciascuno rivendica la propria identità”.

Per un anno la Consulta ha fortificato le proprie radici, buttando intanto qualche ramo all’esterno: incontri con giovani di scuole e associazioni, visite in luoghi di culto che Francesco Spano definisce “una sorta di giro d’Italia, atteso ovunque come qualcuno che veniva a gettare un ponte. E la fede può essere un ponte in più”.
Adesso vogliono lanciare qualche seme. Il primo progetto riguarda la nascita di Consulte analoghe nelle 14 città metropolitane italiane: sempre in collegamento con le istituzioni (Comune e Prefettura) e sempre facendo appello a giovani delle associazioni religiose.
“Pian piano dovremmo ramificarci nella società civile”, continua Spano, “e con le associazioni si raggiunge molta più gente. Sinergie di questo tipo possono aiutare a trovare piccoli spazi di confronto, di conoscenza e di superamento di alcune barriere e pregiudizi”.

Sulle sponde del Mediterraneo
L’altra prospettiva è euro-mediterranea: siccome questa Consulta giovanile, come organismo istituzionale, è un esempio unico al mondo, l’Onu le ha affidato il tentativo di creare iniziative analoghe in Europa e sulle sponde del Mediterraneo. Un dialogo di civiltà contrapposto allo scontro, affidato a un’età e a una generazione “che in generale sa veramente ascoltare e dialogare”, osserva Fatima Habib Eddine. “Questo mi dà l’idea che il futuro sia promettente”.

Il decreto che l’ha istituita le garantisce tre anni di vita (e nessun compenso per i ragazzi). Un Governo diverso non dovrebbe ostacolarla formalmente; potrebbe però lasciarla silente, e sarebbe un peccato per il livello di responsabilità raggiunto da questi giovani. Consapevoli “che forse gli uomini sono più simili tra loro di quanto si pensi, e forse questo può aiutare a sciogliere tante difficoltà. Che poi non ci devono spaventare: per noi in Italia sono una cosa nuova, ma è normale che ci siano”.

Rosanna Biffi

 

 

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