Nel dibattito che sta accompagnando l’iter della proposta di legge sulla libertà religiosa il miglior punto di riferimento da cui partire è, a mio avviso, la Costituzione e quel principio di pluralismo che ne anima l’intero testo, che possiamo applicare anche al fenomeno religioso.
La scelta che i Costituenti fecero, del principio della eguale libertà di tutte le confessioni religiose mostra un realismo politico sapiente ed è il perno che, in relazione con altre norme costituzionali, ha consentito all’ordinamento italiano di svilupparsi in sessant’anni tenendo fermo il valore della laicità dello Stato. Una laicità che non è mai degradata in chiusura e miopia antireligiosa, ma si è sempre tradotta nella capacità di accogliere, rispettandole, tutte le diverse istanze delle coscienze individuali arricchendo, così, l’intero tessuto sociale.
Certo, non mancano episodi in cui questo principio è stato tradito, sia in buona che in cattiva fede, ma il pregio di questo valore è più importante dell’uso strumentale che qualcuno può aver tentato di farne.
Sulla libertà religiosa si misura, dunque, la nostra fedeltà a quei valori assoluti espressi nella nostra Carta, a presidio della centralità della persona e della sua libertà di coscienza, di religione e di culto. Si può discutere quale sia la soluzione tecnicamente migliore. Quello che è certo è che non sembra molto appropriato “affidare” il diritto di libertà religiosa (sia pure in casi residuali) ad una legge di oltre settanta anni fa elaborata durante il regime fascista.
Nel Dna del nuovo Ministero per le politiche giovanili vi è il compito non solo di promuovere i diritti e le aspettative dei giovani ma anche di fornire loro occasioni di crescita e di responsabilizzazione, promuovendo i loro diritti (la formazione, la casa, il lavoro etc.) ma, allo stesso, tempo richiamandoli ai doveri di solidarietà politica, economica e sociale.
E’ per questo che con il Ministro Amato abbiamo pensato di chiedere ai giovani di farsi solidali con il Paese tramite il loro innato e sano protagonismo, proprio “buttandosi” sui temi più scottanti. E’ così maturata l’idea di costituire una Consulta che potesse partecipare alle scelte in tema di integrazione e rispetto delle singole identità culturali e religiose. Si è cominciato a esplorare la capacità e l’intenzione delle nuove generazioni (di immigrati e di cittadini) di far compiere un passo avanti all’Italia per tutto ciò che riguarda la gestione di una società sempre più composita. Si è cercato di ragionare con loro sul loro diritto/dovere di essere “artigiani”, nel mondo globale in cui sono necessariamente chiamati a vivere, anche del particolare modello di integrazione culturale e religioso che l’Italia deve edificare dosando con saggezza tendenze “assimilative” e “comunitarie”.
E cosi è nata la Consulta giovanile per il pluralismo religioso e culturale, composta da quindici giovani uomini e giovani donne, espressione dei 9 culti più diffusi nel Paese, che elaborerà e proporrà pareri, documenti ed iniziative utili per costruire un modello italiano di cittadinanza ed integrazione che tragga profitto dalle esperienze, e anche degli errori, compiuti da altri Paesi.
Con questa Consulta, la prima nel mondo nel suo genere, giovani di differenti sensibilità vengono chiamati ad offrire il loro contributo creativo alle istituzioni ed alla società nell’elaborazione di scelte importanti per il Paese. Se questo esperimento funzionerà, potrà essere un buon esempio di coesione sociale in Italia, nelle realtà euro-mediterranee verso le quali ci affacciamo e in quei paesi che ancora non hanno consolidato il proprio assetto democratico. Ma se questo processo riuscirà sarà, soprattutto, un bell’esempio educativo questa volta però dato non dai padri ai figli ma, viceversa, dai figli ai padri .
Giovanna Melandri
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