In occasione della Giornata del risparmio energetico il sito delle politiche giovanili e attività sportive non poteva che affidarsi ad un luminare del settore, che con energia personale - e molto pulita! - ci ha concesso un’intervista sul tema.
Enrico Sciubba (Roma 1949) è Ordinario di Macchine & Sistemi Energetici presso la Università di Roma 1 “La Sapienza”. Si occupa di problemi di generazione e usi finali dell’energia, e di ottimizzazione dei sistemi di estrazione, conversione e distribuzione della stessa. E’ autore di oltre 150 pubblicazioni internazionali e di 4 libri sull’argomento. Attualmente il gruppo di ricerca CIRCUS da lui diretto si occupa di sequestro e cattura di CO2 da impianti a carbone, di veicoli ibridi in applicazioni ferroviarie e stradali, e di razionalizzazione dell’uso di risorse energetiche in Paesi ad economie sia post-industriali che sotto-sviluppate.
(Il sito del Prof Sciubba è: http://www.turbomachinery.it e http://dma.ing.uniroma1.it/STAFF/sciubba/sciubba.html).
1. Professore, cominciamo con una domanda forse banale ma che il secondo anniversario del protocollo di Kyoto ci sta particolarmente a cuore: quale contributo possono dare gli accordi internazionali e i Governi al raggiungimento dell’efficienza energetica?
E’ l’unico contributo essenziale! E’ oramai accertato che né i programmi cosiddetti “volontari” di riduzione CO2 né tantomeno le proposte delle industrie di settore possono portare a risultati concreti.
2. Dunque non si tratta di un problema tecnico?
Il problema non è tecnico (oggi abbiamo una vasta gamma di tecnologie fattibili per ridurre le emissioni di gas-serra e/o catturare e “sequestrare” la CO2 proveniente da processi di combustione “antropici”), ma politico ed economico: c’è la volontà effettiva di passare dalle parole (e dai “patti”) ai FATTI? C’è la volontà di reperire i necessari mezzi economici (la transizione ad una “CO2 free era” non è né indolore né gratis…)? C’è la volontà di anteporre il reale conservazionismo ecologico agli interessi dei singoli Paesi? C’è la volontà di investire risorse nell’educazione (a tutti i livelli scolastici) e nella ri-educazione (continuing education) dei tecnici di settore?
3. Ebbene, professore, ci dica: lei la vede questa volontà di incidere a livello politico, culturale, economico?
Devo dire che, nella mia esperienza attuale, la risposta formale ed ufficiale a quasi tutte queste domande è un entusiastico “Sì!”, ma che poi in pratica ci si trova davanti ad una serie altrettanto chiara di “No!”…
3. Messaggio ricevuto… E intanto qualcosa si può fare nel privato?
Nel privato, si possono tranquillamente ridurre i consumi energetici del settore Domestico di circa il 30% e dei Trasporti di forse il 40-50%. Questo si può ottenere incentivando le tecnologie “solari” (termico, cioè pannelli solari, e fotovoltaico); eliminando il riscaldamento elettrico; razionalizzando l’uso dei condizionatori elettrici; riducendo al minimo l’uso delle caldaie “private” (è MOLTO più efficiente un impianto centralizzato!); riducendo l’uso dei veicoli privati in zone urbane e servendosi del trasporto pubblico. Nel settore Trasporti, a parte l’uso preferenziale del trasporto su rotaia (e via acqua, dove possibile!), è assolutamente fattibile oggi pensare ad un uso esteso di veicoli “ibridi” che uniscono a consumi relativamente bassi anche la possibilità di azzerare l’inquinamento diretto nel traffico urbano, quando si muovano in “electric mode”, cioè solo con le batterie. Sono però tutti interventi che necessitano di “incentivazioni” dirette o indirette da parte dello Stato.
4. Questioni antiche… Ma in particolare c’è un contributo che lei si aspetta dai giovani per una sana sterzata ai consumi di energia?
Da parte dei “giovani” mi aspetterei il contributo che di solito ci si aspetta da loro: un irrispettoso ma ben calibrato scossone allo statu quo, ed un’accelerazione dei processi “virtuosi” di riduzione dei consumi di risorse primarie. Non vedo segni molto incoraggianti, però: anche nell’ambito della ricerca, vedo molta più omologazione che innovazione…
5. Torniamo a una prospettiva più ampia allora: allo stato attuale delle tecnologie in uso, senza aprire contenziosi sulle fonti di energia alternative, quali sono le risorse concrete che la ricerca e l’industria e possono impegnare per migliorare la situazione?
Faccio un elenco, ovviamente personale:
a) canalizzare più efficacemente i fondi di ricerca. Dividerli in “di base” e “applicativa”, e finanziare i primi con interventi massicci e diretti dello Stato (come si fa negli USA, in Francia ed in Germania, per esempio). I secondi vanno finanziati con capitali provenienti dal settore industriale (che va incoraggiato a servirsi degli enti accademici in modo moderno, e non con i clientelari criteri attuali), dal settore finanziario (con la creazione di Venture Funds che investano surplus finanziari in progetti “a rischio”) e dal settore privato (ad esempio con una severa e trasparente regolamentazione fiscale delle “donazioni ad enti di ricerca certificati”)
b) istituire corsi di “ri-educazione” (Continuing Education) per tutti gli operatori dei settori interessati (turistico-alberghiero, trasporti, terziario, edile, artigiano, etc.) che producano una distribuzione capillare nel tessuto sociale di “micro-esperti” nell’uso razionale dell’energia (ad esempio, creare un “responsabile energetico” nelle banche, nei supermercati, negli uffici, nelle aziende agricole; istruire ad esempio idraulici ed impiantisti nelle migliori tecnologie di risparmio, etc.)
c) investire in un’educazione primaria, secondaria ed accademica volta a creare una “coscienza di risparmio energetico”. L’idea è quella di rendere ovvie scelte che ora ovvie non sono (scelta di elettrodomestici non in base al prezzo ma alla classe di consumi; investimenti nella ristrutturazione delle abitazioni private che includano isolamenti termici migliori, apparati solari/fotovoltaici e riduzione di consumi elettrici; ricorso a criteri di scelta “energetici” quando si decide l’acquisto di una nuova autovettura o motociclo, etc.)
6. Beh, il Ministero delle politiche giovanili e attività sportive ha promosso un concorso di idee che apre a molte di queste prospettive. Potremmo rincontrarci dopo il 16 aprile per una chiacchierata sui progetti vincitori del concorso “Giovani idee cambiano l’Italia”… Ma chiudiamo tornando agli accordi di Kyoto e magari anche oltre: quali le prospettive future per il pianeta e per le nuove generazioni?
Non sono Nostradamus…Credo che, con i mezzi di indagine e le conoscenze attuali, si possano redigere solo scenari a medio termine (3-5 anni), e per giunta di affidabilità piuttosto scarsa. Non sono ottimista per lo scenario delle politiche energetiche (pochi fornitori, compratori molto poco disposti a fare gioco di squadra), né per la riforma seria dei sistemi “pesanti” (ora la politica dei trasporti la decidono nei fatti le industrie automobilistiche ed aeronautiche, insieme al settore finanziario: e tutti e tre non sono noti supporters di politiche di rispetto dell’ambiente…). Ne’ posso essere ottimista per un mutamento nell’atteggiamento orientato più verso i consumi (di beni, servizi e conseguentemente risorse energetiche primarie) che verso la “conservazione”. Credo però che si arriverà per forza ad una autoregolazione, perché la scarsità di risorse non è un vago ed astruso concetto, ma una realtà ingegneristica.
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